lunedì 17 giugno 2013

L'uguaglianza in Monaldo Leopardi

“Oggi si pretende di costruire il mondo per una eternità e si soffoca ogni residuo e ogni speranza del bene presente sotto il progetto mostruoso del perfezionamento universale”.
Monaldo Leopardi

Nelle mie scandalose letture reazionarie, alla ricerca del politicamente scorretto, sono inciampato, nuovamente, nel “Catechismo rivoluzionario per uso delle scuole inferiori” di Monaldo Leopardi. Padre del ben più famoso e tristemente (in tutti i sensi…) noto Giacomo, fu filosofo e politico “reazionario” (all’interno di questa categoria, solitamente, vengono inseriti tutti coloro che non leggono “La Repubblica"). Trovo questo piccolo saggio sull’uguaglianza illuminante (la metodologia dialogica di confutazione, tra l’altro, ricorda alcuni scritti di Bastiat). Perciò ho deciso di trascriverlo e di proporlo. Se vi piace, diffondete. Grazie.



L’uguaglianza [1]

Discepolo.: è vero che tutti gli uomini sono uguali, come ci assicurano i filosofi liberali?
Maestro.: Prima di rispondervi, voglio farvi io stesso alcune interrogazioni. È vero che tutti gli uomini sono d’una altezza medesima?
D.: Signor no, perché altri sono alti, altri mezzani, altri bassi e questa è la disposizione della natura.
M.: è vero che tutti gli uomini hanno una medesima sanità ed una medesima forza?
D.: Signor no, perché alcuni sono sani, altri infermi, alcuni sono deboli ed altri gagliardi e questo pure è un altro ordinamento della natura.
M.: è vero che tutti gli uomini sieno di una medesima capacità, talento e ingegno?
D.: Signor no, perché alcuni sono ingegnosi, altri dotti, alcuni sono stupidi, altri sono ignoranti e questo pure è un ordinamento della natura.
M.: è vero che tutti gli uomini sieno ugualmente saggi, virtuosi e benemeriti?
D.: Signor no, perché alcuni sono saggi, altri scioperati, altri virtuosi, altri malvagi, alcuni meritano il rispetto e la lode, altri meritano la galera e la forca e questo pure è secondo l’ordine della natura.
M.: Dunque l’uguaglianza è anch’essa una frottola spacciata dalla filosofia moderna e gli uomini non eguali bensì diseguali per ordine e disposizione della natura.
D.: I filosofi non hanno mai detto che gli uomini sieno uguali di statura, di forza, di sanità e di ingegno: e quella che si vuole dalla filosofia è un’uguaglianza di altra sorta.
M.: Se gli uomini sono disuguali in tutto ciò che riguarda il corpo e lo spirito e questo è per disposizione della natura, sarà difficile renderli uguali sotto altri rapporti senza contrastare con gli ordini della natura. Nulladimeno dite un poco, in che cosa potrebbero essere uguali gli uomini, per contentare la filosofia?
D.: Potrebbero essere uguali nelle proprietà e nelle sostanze, sicché al mondo non ci fossero né ricchi né poveri e sopra la terra ognuno avesse la sua giusta porzione di beni.
M.: Signor no, che questo non può essere, e dove volesse tentarsi si andrebbe contro la disposizione della natura. Imperciocché supposto ancora che per un momento si potesse fare uno scomparto uguale di beni assegnandone a ciascheduno la sua parte, ben presto la porzione dell’uomo accorto si vedrebbe conservata e migliorata e quella dello spensierato si vedrebbe decaduta e dilapidata; l’uomo robusto e sano guadagnerebbe con le sue fatiche e accrescerebbe le proprie sostanze e l’uomo infermo e debole dovrebbe vendere le sue per non morire di fame; il figliuolo unigenito erediterebbe tutta la sostanza del padre, e il padre di dieci figliuoli dovrebbe dividere la sostanza propria in dieci parti: così in capo a pochi giorni l’uguaglianza dello scomparto sarebbe guastata e si tornerebbe alla primiera disuguaglianza. Volendosi dunque conservare l’uguaglianza, bisognerebbe ogni sera tornare da capo allo scomparto, rubare il suo a chi ha per darlo a chi non ha,  favorire i dissipatori e gli oziosi discoraggiando gli operosi e frugali e rovesciare da capo a fondo tutte le ragioni della giustizia e tutti gli ordini della società. Non potendosi far questo, è d’uopo lasciare al mondo la disuguaglianza dei beni: e poiché la disuguaglianza dei beni procede dalla disuguaglianza delle forze e degli ingegni la quale è ordinata dalla natura, è d’uopo confessare che anche la disuguaglianza dei beni procede dal comando e dall'ordinamento della natura.
D.: Dite bene, e se vogliamo confessare la verità, pare che la disuguaglianza dei beni si accomodi a meraviglia ancora con la filosofia, giacché i filosofi liberali non si contentano della parte loro e fanno quanto possono per pigliarsi ancora quella degli altri. Sarà dunque che gli uomini debbano essere uguali nel grado e nella condizione?
M.: Signor no, che neppur questo è vero e la disuguaglianza delle condizioni e dei gradi è anch'essa secondo l’ordine della natura. Imperciocché primieramente, se nell’ordine sociale è necessario che vi sieno principi e magistrati per comandare e ministri superiori e inferiori per aiutarli nella loro gestione e per eseguire i loro comandi, questi magistrati e questi ministri costituiranno necessariamente gradi e condizioni diverse nelle società e non potrà farsi che la condizione del giudice sia come quella dello sbirro e la condizione del vescovo sia uguale a quella del campanaro. Secondariamente, se è per ordine della natura che vi sia fra gli uomini la disuguaglianza delle ricchezze e quindi la disuguaglianza dello splendore e del fasto, dell’educazione e della coltura, è naturale che debba esservi ancora la disuguaglianza della condizione e dei gradi, e non potrà farsi che la condizione di un gran signore sia come quella del fabbro, e la condizione di un avvocato e di un medico sia come quella di un beccamorti. Per ultimo, se è per dettato della natura che vi siano principi e magistrati, ricchi e pezzenti, ignoranti e dottori, sarà ancora naturale che la stima, il rispetto e gli omaggi del popolo distinguano una classe dall'altra; e non potrà farsi che il comune degli uomini ravvisi in un medesimo grado e in una condizione medesima il sapiente che lo ammaestra dalla cattedra e il montanaro che vende cald’arroste, il grande che passeggia in carrozza e il facchino che spazza la strada. E poiché la disuguaglianza dei gradi e delle condizioni procede da quelle disuguaglianze originali che vennero stabilite fra gli uomini dalla natura, è d’uopo riconoscere che anche la disuguaglianza nella condizione e nei gradi è dettata e comandata dalla natura.
D.: Dite bene, e bisogna accordare che la disuguaglianza delle condizioni e dei gradi è secondo l’ordine della natura. Almeno però gli uomini dovranno essere uguali in faccia alla legge?
M.: Questa è una proposizione confusa della quale sogliono servirsi i filosofi liberali e prima d’approvarla è d’uopo dichiararla bene, acciocché non se ne tirino conseguenze false e spropositate. La legge, per essere utile e giusta, deve essere adattata alle circostanze, e siccome sono varie e disuguali le circostanze e le condizioni degli uomini, così la legge non potrebbe essere né utile né giusta se non fosse proporzionata alle disuguaglianze degli uomini. Quella legge la quale senza riguardo alla ricchezza e alla povertà, alla debolezza e alla gagliardìa imponesse a tutti gli uomini uguaglianza di lavoro e di tributo, sarebbe una legge ingiusta, perché il dovizioso e il mendico, l’infermo e il robusto non possono considerarsi uguali in faccia alla legge. Così quella legge la quale punisse ugualmente il gettito di un pugno di fango contro un facchino e il gettito di un pugno di fango contro un gran signore, sarebbe ingiusta, perché il facchino da quel pugno riceve un oltraggio leggiero, laddove il grande ne riceve un’onta gravissima; e le convenienze di un facchino e di un gran signore non possono considerarsi uguali in faccia alla legge. Qualora si considerassero singolarmente tutti gli ordini e i rapporti sociali, si troverebbero in essi moltissime disuguaglianze consimili raccomandate dalla ragione e dalla natura: perloché se i filosofi moderni, dicendo che tutti gli uomini devono essere uguali in faccia alla legge, intendono sostenere che la legge deve essere cieca come una talpa e dura come un pilastro, senza adattarsi e proporzionarsi alle circostanze e alle disuguaglianze degli uomini; l’assertiva dei filosofi è una menzogna e non è vero che gli uomini sieno uguali in faccia alla legge. Se poi si intende che a tutti gli uomini si debba secondo la legge amministrare ugualmente e imparzialmente la giustizia, questo è verissimo e non lo contrasta nessuno.
D.: Dunque almeno tutti gli uomini dovranno essere uguali in faccia alla giustizia?
M.: Sì, come vi ho detto, questo è verissimo: ma tale uguaglianza si gode da tutti gli uomini in tutto il mondo civilizzato e non c'era bisogno che si sfiatassero a predicarla i filosofi liberali. Presso tutte le nazioni civilizzate la proprietà del povero è sacra come quella del ricco, la sicurezza del debole è garantita come quella del forte e la vita dell’umile è difesa come quella del grande; e se talvolta si vedono parzialità odiose ed ingiuste, queste sono il peccato dell’uomo e non il difetto delle istituzioni e delle leggi.
D.: Mi pare che diciate bene e che, per disposizione della natura, gli uomini debbono essere disuguali in tutto, godendo solamente uguaglianza in faccia alla giustizia, la quale uguaglianza, poco più poco meno, si trova nell'ordinamento di tutti gli stati. Ma se con un poco di raziocinio si disconosce tanto facilmente che l’uguaglianza è un delirio, come mai i filosofi liberali si ostinano a predicare e inculcare l’uguaglianza generale degli uomini?
M.: I filosofi liberali, almeno quelli di oggidì, conoscono benissimo che l’uguaglianza è una chimera, ma se ne servono per adulare e suscitare le passioni del popolo. Il volgo conosce per una parte, che tutti gli uomini devono essere uguali in faccia alla giustizia, e poiché qualche volta soggiace o crede di soggiacere all'aggravio della prepotenza e della parzialità, mette facilmente a carico delle istituzioni e delle leggi il difetto e la prevaricazione dei magistrati: e, d’altra parte, trovandosi nella bassezza e nella povertà, non si cura di considerare che l’umiltà di certe classi è necessaria alla composizione naturale e sociale del mondo, come le pietre seppellite nella profondità delle fondamenta sono necessarie alla elevazione dell’edifizio e si abbandona facilmente ad invidiare le classi sublimi. I filosofi, dunque, predicando l’uguaglianza e lusingando gli affetti del volgo, lo spingono all'odio contro i grandi e contro i governi, e lo riducono a mettere sottosopra il mondo, quantunque sappiano che dopo la rivoluzione il volgo resterà più povero e più disuguale di prima. Ed ecco la buona fede dei filosofi liberali.

[1] M. Leopardi, “Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori”, pp. 13 - 17, Stamperia Reale, Napoli, 1857.

Luigi

martedì 4 giugno 2013

Una difesa cattolica della proprietà privata: Padre Tyn e l'etica economica

Le recenti parole di Papa Francesco hanno sottolineato, ancora una volta, il rapporto problematico tra una certa visione “egoistico – razionale” del mercato e la Chiesa Cattolica o, almeno, una parte di essa, nonché le strumentalizzazioni, da parte di certa stampa ideologica,  della dottrina cattolica e della storia stessa del Cattolicesimo.
Se è vero (come è vero) che l’assolutizzazione della ragione individuale, in quel processo di deificazione edonistica, risultato dell’ideologia rivoluzionaria – illuminista, è inaccettabile per il Cattolicesimo, non meno importante è la strenua difesa della proprietà privata da parte del Magistero stesso.
Un interprete eccezionale, nonché autentico martire comunista, della prospettiva “proprietaristica” cattolica, fondata nel tomismo coerente, fu Padre Tomas Tyn, O.P. (Ordine dei Predicatori: è attraverso questo acronimo che vengono identificati gli appartenenti all’ordine domenicano).

Qualche annotazione biografica è necessaria:
“Tomas nacque a Brno, in Cecoslovacchia, oggi Repubblica Ceca, il 3 maggio 1950 da genitori entrambi medici, primo di tre figli: la sorella Helena e il fratello Pavel. Fu battezzato nello stesso giorno, nella cappella della clinica ostetrica regionale di Brno. Il padrino, dott.Josef Konupcik fu suo nonno, dentista, attivo cattolico, persona colta, che nutriva grande venerazione per i santi Agostino e Tommaso d’Aquino.
Dall’ambiente familiare il piccolo Tomas assorbì quei princìpi cristiani, dei quali il regime comunista di allora ostacolava la pubblica professione. 
[…]
Da ragazzo Tomas si appassionò per gli ideali cavallereschi medioevali. Questo spirito cavalleresco riemergerà in qualche modo, trasfigurato da una robusta fede, nel Tomas ormai Predicatore domenicano, in occasione delle sue frequenti predicazioni, spesso caratterizzate da un’energica ma sempre leale combattività per il bene delle anime e della Chiesa.
[…]
Disgustato per le deviazioni morali e dottrinali presenti in quegli anni in Germania a causa di un’interpretazione modernistica degli insegnamenti del Concilio e desideroso di vivere la sua vita domenicana in piena comunione con la Chiesa, Tomas venne a sapere che i Domenicani bolognesi, sotto la saggia guida dell’allora priore provinciale Enrico Rossetti, di santa memoria, erano intenzionati a promuovere il vero rinnovamento conciliare in una posizione equilibrata che evitasse sia le resistenze di un falso tradizionalismo ribelle al Concilio, sia le deviazioni dottrinali di uno scriteriato neomodernismo autoproclamantesi continuatore del Concilio contro l’interpretazione che di esso stava dando il magistero della Chiesa.
[…]
Fra Tomas fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1975 a Roma da Papa Paolo VI. In quel giorno, come si seppe dopo la sua morte, Padre Tomas offrì segretamente la sua vita per la libertà della Chiesa nella sua patria oppressa da un duro regime comunista. 
[…]
Immediatamente dopo la sua santa morte devoti ed amici, in Italia ed in Repubblica Ceca, riconoscenti per i benefici ricevuti grazie al suo ministero, si sono fatti promotori della sua causa di beatificazione. La loro perseveranza è stata premiata allorché l’Arcivescovo di Bologna, il card.Carlo Caffarra, dietro istanza dei Domenicani della Repubblica Ceca, il 25 febbraio del 2006, nella basilica domenicana di S.Domenico, dove Padre Tomas svolse il suo ministero sacerdotale, inaugurò solennemente l’inizio del processo di beatificazione”.
Questa, in sintesi, la storia di Padre Tomas Tyn.
Per quanto mi riguarda, non ho dubbi nel credere che egli abbia offerto davvero la sua vita per la liberazione del suo paese natale, la Cecoslovacchia, da quel regime statalista, totalitario, antiumano e terribile che fu il “socialismo reale”.
Feroce oppositore della Rivoluzione Francese e dei suoi corollari (fu, tra gli altri, folgorato dalla lettura di “Rivoluzione e Controrivoluzione” del discusso leader cattolico Plinio Correia de Oliveira), Padre Tomas scrisse centinaia di pagine, di altissimo valore scientifico (manifestò il suo talento precocemente nella speculazione teoretica e alle lingue, anche orientali o antiche come il greco, l’ebraico e il latino)  nei campi più svariati (naturalmente teologia, metafisica e filosofia ma anche economia, diritto, epistemologia, storia) e tenne numerosissime conferenze negli stessi settori.
E proprio al contenuto di una di queste (“Etica Economica”, parte di una serie di cinque incontri tenutisi a Bologna sulla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica), vorrei fare riferimento in questo articolo: si tratta di un incontro avvenuto a Bologna, nella seconda metà degli anni '80, terzo di una serie di cinque, incentrato sulla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica e promosso dall’Associazione per lo Studio e la Diffusione della Verità Cattolica sull’uomo e sulla società.
Di seguito, la trascrizione di alcuni dei passi più significativi della conferenza, che ho provveduto a trascrivere interamente, seguiti da un breve commento, in cui cercheremo di tirare le somme e aggiungere un paio di considerazioni.
“L’economia, come sapete, riguarda l’uso e la dispensazione: esattamente, 'oikonomia' vuol dire 'disposizione della casa' e quindi amministrazione dei beni esterni. È del tutto chiaro che il rapporto dell’uomo singolo coi beni che lo circondano, coi beni che egli possiede o non possiede, è di indole sia personale, sia, nel contempo, essenzialmente sociale: riguarda da vicino l’etica sociale, in particolare quella economica”.
[…]
 La Santa Romana Chiesa ci tiene a rendere noto che, in questo campo, essa non promulga una legislazione positiva, che deriva dalla stessa mens ecclesiae del Magistero della Chiesa: il Magistero, qui, non fa altro che proporre ai fedeli quella che è la lex naturalis dei, con le sue finalità insite nell’essenza dell’uomo, che non conosce mutamenti; finché l’uomo sarà tale, quelle leggi avranno validità; e, anche se l’uomo scomparisse, nella mente del Creatore stesso esso avrebbe sempre le stesse qualità.
[…]
Trattare dell’etica economica significa, innanzitutto, definire essenza del rapporto del singolo individuo umano, inserito globalmente nella società, rispetto ai beni esterni, rispetto a tutte quelle creature in mezzo alle quali Iddio lo ha collocato. Qual è questo rapporto? La Chiesa adopera una parola semplice, chiara: il diritto naturale, imprescindibile, intoccabile, immutabile alla proprietà privata: tutta l’etica economica poggia su questo fondamentale diritto dell’uomo; il diritto a possedere (ius dominii privati) le cose, come signore e padrone delle cose medesime.
Questo diritto, tanto insediato dai sistemi e dalle ideologie collettivistiche e social comunistiche di oggi, non è un diritto promulgato da qualche autorità umana ma è creato da Dio stesso, si appoggia alla struttura personale dell’uomo: il Pontefice regnante, giustamente, sottolinea il carattere personale dell’uomo; e, proprio in virtù di questa caratteristica, l’uomo possiede un nativo, quindi originario, diritto non mediato, derivante dalla sua natura come creata da Dio, a possedere personalmente, privatamente, le cose. Possiamo illustrare tutto ciò alla luce dell’antropologia teologica: l’uomo, creato ad imaginem et similitudinem dei, a immagine e somiglianza del Suo Creatore.
[…]
Proprio la dignità della persona umana fa sì che l’uomo, anziché essere posseduto dalle cose, anziché dipendere da esse, debba egli stesso possedere le cose, checché ne dicano i nostri amici radicali e verdi spinti, secondo i quali l’uomo non sarebbe altro che un fattore di disturbo nella pulita natura. Non è questo il senso cattolico; allo stesso tempo, noi non siamo padroni della natura nel senso di essenza ontologica; sotto questo aspetto l’unico proprietario è Dio.
Per quanto concerne adoperare le cose, l’uomo è al di sopra di queste, deve esserne padrone, non schiavo. Vedete l’importanza personale, metafisica e psicologica della proprietà privata. Importanza, vedremo, anche sociale, non solo ontologica: solo la proprietà privata garantisce il rispetto dell’uomo nella convivenza sociale. Solo attraverso la proprietà l’uomo riesce a difendere sé stesso dalle invadenze della Grande Società, cioè la società politica, sempre tentata dal totalitarismo, dal collettivismo, dall’invadere la sfera personale dell’uomo. L’uomo, tramite il possesso dei beni, riesce ad affermare la Sua Verità di essere sì sociale ma anche di persona, inserito non come uno schiavo ma come una persona libera, non proprietà dello stato, ma che va rispettato e, anzi, oserei dire, che va servito dallo stato. L’uomo come bonum honestum.
Questo andava premesso per farvi vedere l’importanza del discorso della proprietà privata. San Tommaso d’Aquino, nella secunda secundae quaestio 66 articolo 2, spiega questo principio della proprietà privata: 'Bisogna, per quanto concerne il rapporto dell’uomo verso i beni esterni, distinguere un duplice atteggiamento dell’uomo: anzitutto, il diritto ad acquisire e a dispensare (ius acquirenti et dispensandi)'; sotto questo aspetto, dice San Tommaso, l’uomo ha il diritto naturale ad essere proprietario delle cose: l’uomo, cioè, è padrone delle cose in quanto ha il diritto di acquisire beni terreni e a dispensarli; l’altro atteggiamento verso i beni della terra è quello dell’uso: l’uomo non solo acquisisce e non solo dispensa i beni terreni ma ne fa un uso; sotto questo aspetto, sottolinea San Tommaso, bisogna tenere sempre presente la destinazione comune, la destinazione sociale dei beni suddetti (notate bene: distinzione raffinata, non facile a prima vista). Bisogna distinguere l’aspetto dell’acquisto e della dispensazione: l’uomo, singolo, privato, in modo insostituibile, deve prendere iniziativa, non è lo Stato che deve spingerlo, non è lo Stato che deve sostituirsi ad esso, ma è l’uomo, lui stesso, che acquisisce beni esterni. Vedete come il lavoro, l’impresa, non in senso marxistico, riduttivo, come se il lavoro fosse solo quello manuale, ma il lavoro come umana attività, come impresa (anzi, l’imprenditore, più di ogni altro, ci mette del suo per accumulare i beni della terra e per organizzarli). Dopo averli accumulati, l’uomo deve, da padrone, non da schiavo dello Stato, dispensarli.
[…]
Vediamo quali sono gli argomenti a favore della proprietà privata. Per San Tommaso lo ius acquirendi et dispensandi poggia su tre fondamenta:
-          Ogni uomo è più sollecito nel procurarsi le cose sue che non quelle comuni a tutti o a molti, sicché, se il possesso fosse collettivo o gestito collettivamente dallo Stato, ciascuno, dice San Tommaso con grande realismo, essendo facile profeta in tale materia, cercherebbe di sottrarsi alla fatica e lascerebbe ad altri l’impegno. Basta vedere in Russia cosa succede: c’è il colcos, ovvero la cooperativa agricola, dove tutti i beni sono in comune, e poi c’è un piccolo appezzamento di terra, dove il piccolo contadino può coltivare qualcosa da vendere al mercato. Ebbene, le terre del colcos sono terre assolutamente trascurate, invece quel fazzoletto di terra è curato con grande sollecitudine e straordinario amore. Perché? Per un motivo semplice. 'Ma il marxismo sottolinea indole altruistica dell’uomo!' direte voi. Tutt’altro miei cari, tutt’altro!. Il marxismo non ha capito una cosa: che l’individuo precede lo Stato. Nessuno vorrebbe pensare ad uno stato super capitalista, uno stato come persona. Ben venga quel sano “egoismo”, che tale non è, per cui la gente avverte che lo stato non ha diritto a possedere prima dell’uomo: prima viene l’uomo, poi viene lo Stato; solo tramite l’uomo quindi. Lo Stato deve sì amministrare il reddito nazionale, per così dire, da “redistribuire”. Ma chi gli dà quei beni? I singoli cittadini. Non è il singolo cittadino che riceve elemosina dallo Stato; è singolo cittadino che elargisce quanto deve a favore del bene comune, la quale elargizione torna a suo vantaggio;

-          Il secondo argomento: gli affari umani vengono sempre meglio curati se ciascuno ha un compito preciso riguardo qualcosa che gli spetta in proprio. Non è solo questione del possedere, ma anche dell’intraprendere; se tutti devono acquisire disordinatamente, non si acquisisce, c’è solo una confusione totale, come accade nelle economie totalitariste, totalmente fallimentari e sterili, sistemi esempio di miseria spirituale e miseria materiale. Orbene, San Tommaso sottolinea: nella proprietà privata, diritto personale, privato, ad accumulare beni, è il singolo che deve occuparsi del suo dovere di acquisire, non delegare ad altri. È una delle utopie del marxismo, il quale è dotato di un’anima ibrida: da un lato, l’anima crudemente e crudelmente realistica, dall’altro l’allettante anima utopistica. La realtà marxista è la dittatura del proletariato; l’utopia marxistica è la guarigione dell’uomo dalle sue alienazioni. Come vuole ottenere questa guarigione il marxismo? Espropriando il singolo, facendo sì che ognuno lavori secondo il comando della 'società perfetta', cosa che naturalmente non arriverà mai, fortunatamente aggiungo io (già la dittatura del proletariato è poco piacevole, figuriamoci lo step ulteriore paradisiaco che ci promettono…). Quindi, nell’escatologia marxista, ognuno lavorerebbe quanto gli piace, ricevendo quello che desidera. San Tommaso dice che non è possibile: la divisione del lavoro corrisponde alla ragionevolezza e alla dignità dell’uomo; non è conseguenza del peccato originale, è insita nella natura stessa dell’uomo: appena l’uomo inizia a vivere in una società ordinata, ciascuno acquisisce per sé: basta vedere i regimi totalitaristi e collettivisti per rendersi conto del loro fallimento ('piani quinquennali', tutto programmato, tutto pianificato, con grande confusione però). Non è possibile che lo Stato divida il lavoro, non deve essere opera di un pianificatore incaricato dal partito o da un organo di stato; è il singolo cittadino che si incarica di quel determinato lavoro e, attraverso esso,  acquisisce beni coi quali contribuisce al bene comune. Ecco l’etica sociale ecclesiastica;

-          in ultima analisi, la proprietà privata contribuisce anche alla pace sociale, poiché ciascuno è contento del suo (e non può esserlo quando non possiede assolutamente nulla). La Santa Chiesa di Dio, a differenza della liberale e massonica Costituzione degli Stati Uniti, dice, non solo, che l’uomo ha il diritto a essere felice ma il dovere di essere felice! In attesa di una vita eterna, per vivere una vita serena, è necessario che la società umana miri alla sua pace intrinseca, immanente. Questa pace non si può raggiungere se i cittadini non sono contenti ciascuno del proprio, possedendo privatamente. Le invidie sociali, nelle società disordinate, sia nella società liberale (nel senso di capitalismo e liberalismo 'selvaggio') sia la società marxista social comunista, sono fondate sulla scontentezza, sull’invidia sociale. La differenza potrebbe essere descritta così: nella società capitalista ci sono pochi contenti e molti scontenti; nella società comunista c’è una perfetta uguaglianza: tutti sono scontenti.
[…]
Leone XIII fa eco a San Tommaso nella prima Enciclica Sociale “Rerum Novarum”; afferma che un principio inscindibile della dottrina della Chiesa è questo: 'possidere res privatim ut suas, ius est omini a natura datum' (possedere le cose privatamente è un diritto che la natura stessa ha dato all’uomo). Nel diritto alla proprietà privata non deve intromettersi la società, perché il singolo, l’uomo, precede la collettività, precede la società politica. Il diritto alla proprietà privata è intangibile, solo il privato può rinunciare a esso.
Giovanni Paolo II, fa eco a Leone XIII nella citata enciclica Laborem Exercens. Pio XI ribadisce ancora: La chiesa cattolica considera che 'a natura seu a Creatore ipso, ius dominii privati hominibus esse tributum' (è stato dato all’uomo, cioè dal Creatore della natura, il diritto al dominio privato dei beni materiali). Solo che, da un lato, l’uomo deve destinare questi beni a sé e alla sua famiglia, attraverso un uso personale e familiare e poi destinarli all’uso sociale: l’uomo non deve dimenticare che il Creatore ha destinato tali beni a tutta la comunità umana; prima viene il singolo e la sua famiglia, soddisfatti questi c’è la comunità. L’accumulo del capitale sia destinato al bene comune di tutti.
Badate bene, cari fratelli: il principio del capitalismo moderato è principio giusto! È giusto che il cittadino possieda anche privatamente i mezzi di produzione. Quando sentite dire: <la Chiesa condanna ugualmente il socialismo e il capitalismo> non è vero, è una grande menzogna. Intanto bisogna già distinguere tra capitalismo selvaggio e moderato. Se per 'capitalismo', marxianamente, si intende il diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione, tale capitalismo, per l’etica della Chiesa, è lecito, si tratta di un principio giusto. Lo stato deve provvedere alla promozione del benessere temporale di tutti i cittadini, amministrare i beni economici in modo tale da accrescere il benessere; quindi lo stato non accresca la miseria, come prevede il marxismo; bisogna produrre prosperità per tutte le generazioni, accrescerla, affinché si possa convenientemente esercitare anche la virtù, ossia la concezione cristiana della prosperità economica, condizione necessaria e imprescindibile quale mezzo verso un fine.
Innocenzo III, contro tutti i vaneggiamenti gnostici contrari alla proprietà privata, impone ai valdesi una professione di fede, nella quale essi devono ritrattare i loro errori. È interessante lo spirito antignostico del Magistero Pontificio: il movimento valdese, sin dalle sue origini, fu quasi manicheo, essendo ostile ad ogni bene creato (vi era il divieto di mangiare carne, di usare della proprietà privata, del matrimonio, della autorità nello stato e quindi di punire i delinquenti con la pena capitale, etc.; i valdesi negavano tutto questo). Cosa dice Innocenzo III?
'Chi rimane nella vita secolare e possiede dei beni suoi personali, dandone tuttavia elemosina, osservando i precetti del Signore, può salvarsi'.
Il cristiano che vive nel mondo e che possiede privatamente dei beni, purché faccia delle elemosine, può salvarsi, mentre i valdesi dicevano esattamente il contrario, come i marxisti e come i nostri cristiani socialisti attualmente. Voi sapete che c’è questa tendenza a sovvertire la storia del Magistero ecclesiastico, c’è una rilettura marxista del Magistero, anche da parte dei sedicenti cristiani, i quali affermano: ‘Sì, la Chiesa ha difeso la proprietà privata ma solo dei potenti e dei possidenti!’. Ci sono tre documenti, uno di Innocenzo III, uno di Paolo III e uno di Gregorio XIII, che condannano, anche con pene ecclesiastiche (scomunica latae sententiae) chiunque osasse espropriare gli ebrei, gli indios e i neri. Nessun cristiano poteva espropriare un ebreo, per quanto essi non fossero soggetti al Romano Pontefice. Lo stesso per gli indios: a nessuno era consentito togliere loro i beni che possedevano; ci sono documenti che parlano chiaro e, per la Chiesa, il principio della proprietà privata è principio sacro ed intangibile.
Secondo San Tommaso, bisogna considerare il male a seconda del bene che è stato offeso: se è vero, come è vero, secondo i principi dell’etica sociale, che non la società è padrona ma l’uomo è il fine della società, allora la corruzione dell’uomo nella sua dignità personale è colpa ben più grave della distruzione della società: il liberalismo distrugge la società mentre il social comunismo distrugge l’uomo stesso".
Non c’è bisogno di aggiungere altro alle mirabili parole di Padre Tomas, se non un paio di puntualizzazioni circa i seguenti concetti:
-          la visione latamente “welfaristica” dello Stato, quale ente deputato a promuovere il “benessere sociale”;
-          il rigetto in toto del “capitalismo selvaggio”.
Circa il primo punto: ciò che risulta evidente, dalla lettura sistematica e coerente di questi versi, è, non tanto, la promozione della necessità dell’istituzione “Stato”, modernamente intesa (il che è l’unico modo di intenderla, a dire il vero), impegnato nella promozione del bene comune; il richiamo è all’istituzionalizzazione della solidarietà, nella forma di una comunità politica organizzata ed, eventualmente, indipendente dal potere politico, la quale, spontaneamente, riconoscendo il valore supremo della carità cristiana, si impegna nella cura e nell'assistenza dei più bisognosi o degli inabili al lavoro; un insieme di tutele che riecheggia il sistema di welfare presente nella società industriale ottocentesca degli Usa e, più in generale, nelle forme di solidarietà volontaria scaturenti dalla cooperazione e dal reciproco aiuto.
Ancora: lo Stato non è una forma di organizzazione politica come un’altra, perpetuata dall’inizio della storia umana e destinata a scomparire solo con la fine dei tempi. È un errore filologico diffuso ritenere che tutte le istituzioni politiche pre moderne siano, in qualche modo, riconducibili alla forma statuale (la polis, l’Impero Romano, le monarchie gernamiche, le signorie laiche edecclesiali medievali, etc.); si tratta di applicare un concetto, con la sua corrispondente elaborazione teorica e proprietà sostanziali ("sovranità", "unità", etc.), a realtà che quella istituzione (lo “Stato”) non conoscevano.
Infatti:
"L'Etat est une création historique. Il est apparu à un moment donné de l'histoire, par conséquent il peut également disparaitre à un autre moment. Son instauration a repondu à dés necessités de l'évolution des sociétés occidentales, bouleversées par la rupture qu'ont introduit la Renaissance et la Réforme". [1]
Allo stesso modo, Paolo Grossi, rinomato storico del diritto e giudice della Corte Costituzionale, sottolinea:
“Orbene, noi potremmo continuare tranquillamente a  usare il termine/nozione ‘Stato’ nel generico significato di entità politica munita  di effettività potestativa in un determinato territorio, ma ci inoltreremmo in tal modo su un sentiero malfido, giacché quel termine/nozione si è caricato durante l’itinerario della modernità – dal secolo XIV in poi, e sempre più accentuatamente – di ulteriori e più pesanti contenuti, trasfiguràndosi da supremo potere effettivo in una precisa psicologia del potere, intensa e violenta, con la vocazione totalizzante a controllare tutto quanto, a livello sociale, si svolge nella sua proiezione territoriale; con l’ulteriore risultato, che a questa psicologia omnicomprensiva consegue la realizzazione della sottostante perfetta unità politica e giuridica, perché il grande burattinaio, che pretende di avere in mano tutti i fili e tenderli e manovrarli a suo piacimento, non tollera nel suo raggio di azione poteri alternativi o, comunque, zone incontrollate” [2].
L’analisi della questione richiederebbe molto più che qualche citazione, ma si tratta di argomento complesso e vastissimo.
Alla luce di ciò e richiamando le parole di Padre Tyn (“L’individuo precede lo Stato!”) risulta difficile comporre armonicamente la diatriba proprietà privata – potere pubblico moderno; la tendenza dello Stato a ingigantirsi e a coprire qualsiasi zona della società, nella pretesa di “controllare” le nostre esistenze, sembra presente anche nelle forme statuali che, almeno inizialmente, si presentano più garantiste e meno minacciose per l’individuo (ad esempio, gli Usa).
In ultimo, due parole circa il “capitalismo selvaggio”.
Sicuramente, almeno dal mio punto di vista, i prelati e gli uomini di Chiesa fanno bene a richiamare l’attenzione sulla deriva assolutista del “liberalismo”: ma trattasi, appunto, di una particolare forma di “liberalismo”, cioè quello rivoluzionario - illuminista, che pretende di assolutizzare l’uomo e di conferire potenza creatrice alla sua ragione: la Chiesa non potrebbe certo promuovere tale eresìa.
Ma c’è anche un “liberalismo” (rectius: capitalismo) buono e indispensabile alla vita stessa: è quello “moderato”, ma “moderato” nei suoi fini (rectius: mezzi), nel senso che non assolutizza l’uomo, che non pretende di cogliere nella materia (che senso non ha) il significato della vita [il fine ultimo dell’uomo, per la metafisica e per la religione, è quello di aspirare alla Verità (il “sommo bene” per la prima; “Dio Creatore” per la seconda) e questa Verità esiste da sempre e per sempre esisterà; negarla equivarrebbe ad ammetterla. Si tratta del percorso che, per il Cristianesimo, ogni uomo dovrebbe compiere, consapevolmente e volontariamente, per avvicinarsi, con l’aiuto della Grazia e nei limiti delle sue possibilità, ristrette dal peccato originale, alla Ragione Creatrice]; perciò la proprietà privata, come sottolinea Padre Tyn, non ha esclusivamente un carattere “tecnico”, “politico”, “utilitarista”: è il fondamento stesso della dignità umana, perché vietare la proprietà (e il possesso) delle cose equivale a permettere la schiavitù degli uomini. È necessario, nel nostro piccolo, opporre allo statalismo teologico (perché, sappiamo, si tratta di teorizzazioni laiche di elaborazioni teologiche) una teologia naturale, intuitiva, tradizionale, cui tutti possano abbeverarsi; forse falliremo lo stesso ma il recupero della religione in chiave antistatalista è cruciale.
Bisogna, nello scetticismo radicale che pervade la nostra società (atteggiamento tipico di tutte le civiltà decadenti) recuperare un sano dogmatismo etico. 
E che anche la Chiesa possa (ri)trovare il coraggio di opporsi allo statalismo.
Luigi Pirri
Note:
[1] Julien Freund, L'ennemi et le tiers dans l'Etat, in Archives de Philosophie du Droit, 21 (1976), pp. 23 - 24.
[2] Paolo Grossi, Il sistema giuridico medievale e la civiltà comunale, archivio e-prints Università degli Studi di Firenze, p.4.

La trascrizione integrale è altresì disponibile per gli interessati.